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ILVINO

Studi archeologici recenti hanno permesso di scoprire, in diversi scavi presso dei complessi nuragici lungo tutto il territorio dell’isola, la presenza di vinaccioli di uve Cannonau d’epoca neolitica. Questo ritrovamento, all’apparenza insignificante, permette invece di confutare con forza la corrente di pensiero che considerava “d’importazione” quel particolare cultivar. Non furono dunque i fenici, né i romani, né tanto meno gli spagnoli in epoche storiche meno remote, ad introdurre quello che può essere considerato, senza tema d’essere smentito, come “il Re” dei vini sardi. Altro “piccolo” dettaglio che gli scavi archeologici hanno messo in luce concerne l’ormai certezza che, attorno ai nuraghi, fioriva in Sardegna in epoca neolitica una civiltà capace di padroneggiare, non solo le tecniche di coltivazione degli olivi e della produzione dell’olio, ma anche quelle relative alla gestione delle vigne e produzione del vino. Lo scenario intorno ai monumenti tipici di quell’epoca remotissima, quei “misteriosi” nuraghi che costellano l’isola e che oggi hanno l’aspetto di solitarie torri di pietra a guardia del nulla, non doveva dunque essere assai dissimile da quello che attualmente si incontra in moltissime zone agricole sarde, verdi rigogliosi oliveti a perdita d’occhio e lunghi filari di vigneti dove maturavano preziosissime uve autoctone, come la Vernaccia, il cui nome parrebbe derivare dal termine latino “vernaculus”, che significa “del posto”, oppure il Cannonau, appunto. Tutto ciò rafforza la nostra convinzione di proporre ai nostri ospiti una carta dei vini esclusivamente regionale, dove possa trovare posto il meglio della produzione vinicola sarda. Anche perché, nel momento in cui si accetta che il cibo diventi un percorso evocativo verso la tradizione, sembra giusto vieppiù che "a ciò che gustavano i nostri avi si associ ciò che bevevano".

Carta dei vini
Vite

 

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